Friday, June 29, 2007
sempre da altra voce.net copio/incollo
sventola bandiera bianca
Con il Consiglio cassa continua
la Sardegna straccia tutti
di Giorgio Melis
Roma, Napoli, Bari, Perugia, Reggio Calabria? Fanalini di coda, trascurabili spenditori di fronte a Cagliari. I loro Consigli regionali, come quelli del ricco Nord, appaiono morigerati, austeri, quasi taccagni di fronte alla munificenza del “parlamentino” di una Sardegna stenterella: tranne che per coprire d'oro i suoi onorevoli e addetti. I numeri sono schiaccianti, vergognosi. Tutto il Centro-Sud sventola bandiera bianca di fronte alla maglia nera, al primato disonorevole della nostra assemblea. Bilanci da pezze al culo a confronto con l'opulenza di quelli nuragici.
Subito i numeri, che aggravano il record sardo dopo il disastroso confronto col Settentrione. Dato di riferimento, i costi annuali di Cagliari. Spesa annua, 103 milioni di euro per 85 consiglieri regionali e 160 dipendenti, con una popolazione di un milione 600 mila abitanti. E in Campania, la regione più popolosa del Centro-Sud, a Napoli milionaria? Cifre da pezzenti. Con cinque milioni e 800 mila abitanti, solo 60 consiglieri ma 269 dipendenti, spende 76 milioni di euro, 27 milioni in meno che la Sardegna. E il Lazio, con Roma e tutto quel che significa? Anche lì, roba da poveracci. Cinque milioni e mezzo di anime, 70 consiglieri, 700 dipendenti (tra fissi, precari e lavoratori esternalizzati): ma il Consiglio costa solo 69 milioni di euro, 34 in meno della nostra assemblea.
Roma-ladrona? È Sardegna-pappona,
almeno quella politica
Se Bossi denuncia “Roma ladrona” non dovrebbe gridare anche Sardegna-pappona, almeno per quella politica? Mangiasoldi a tradimento. Chissà cosa dirà quando da Cagliari si chiederanno al governo più fondi. Proviamo a immaginarlo? «Ma andate a lavurà o mandateci i vostri onorevoli… Prima tosate loro». Che si vada sopra o sotto la linea gotica, il discorso non cambia: semmai in peggio per noi. La Puglia con oltre quattro milioni di abitanti, 70 consiglieri, cento dipendenti, spende la miseria di 35 milioni di euro all'anno: quasi 70 in meno della Sardegna. Una differenza pazzesca, sulla quale si dovrebbe scavare per denunciare uno scialo nostrano che straccia tutti.
Perfino la malandata Calabria, assediata dalla malavitosità politica, è molto meglio della nostra isola. Il Consiglio di Reggio costa 44,9 milioni di euro, meno della metà di quello sardo. Eppure i calabresi sono oltre due milioni, hanno solo 50 consiglieri ma con 170 dipendenti. Scadono a quisquilie le spese dei Consigli regionali delle regioni meno popolose. L'Umbria (815 mila abitanti) spende appena 25 milioni di euro per 30 consiglieri e cento dipendenti. La Basilicata (600 mila persone) 21,5 milioni di euro per 30 consiglieri e 137 dipendenti. Il Molise (322mila abitanti), 30 consiglieri e 90 dipendenti, è al minimo: il suo Consiglio costa appena 12 milioni di euro. La terra di Antonio Di Pietro fa una figura strabiliante a fronte della Sardegna centomiliardaria.
Blair, pensione da 90 mila euro
I nostri onorevoli si sbellicano dalle risate
Lasciando l'Italia per un momento, ecco un confronto di giornata nientemeno che con Londra. Col solenne commiato dall'inossidabile regina Elisabetta, Tony Blair ha lasciato Downing Street e l'incarico di primo ministro dopo quasi 15 anni. Anche se declinato per la sciagurata guerra in Iraq, era un leader mondiale. Bene, avrà una pensione annuale di 90 mila euro: da capo del governo di Sua Maestà ne guadagnava 180 mila. Una roba che farà sbellicare i nostri onorevoli e molti funzionari. Il primo dei quali (l'ex segretario generale Lorenzo Pirina) se n'è andato in pensione con una buonuscita lorda di 700 mila euro e una pensione che sicuramente Blair potrebbe invidiargli. Ma in fondo era solo il premier del Regno Unito, mica il capo della burocrazia consiliare sarda.
Anche la Sardegna è un'isola: ma soprattutto una Bengodi politica, mica sparagnina come quella d'oltre Manica, l'ex più grande impero spalmato in cinque continenti. Paragoni forzati? E quando mai, semmai per difetto. Anche perché dal palazzo fumée di via Roma non si è levato un sussurro, una parola, un sospiro o un minimo atto di contrizione. Semmai il muro del pianto e di gomma di chi si ritiene bersaglio e vittima di un attacco scandalistico. Romperanno il silenzio di fronte alle veementi domande contestative che (non) saranno brandite dall'informazione isolana?
Prendi i soldi e scappa, ma soprattutto acqua in bocca. Il silenzio è proprio d'oro, in quel palazzo. Ma la collera popolare monta, si propaga anche senza che le nostre tv pubbliche e private dedichino un servizio penetrante o una delle tante trasmissioni di nani, ballerine, buffoni e politicanti che si strepitano addosso per coprire l'urlo dal silenzio delle contrade sarde: non resteranno per sempre mute e rassegnate al peggio.
Il Lazio risparmioso taglia le indennità
Ma la sensibilità non abita a Cagliari
Non una parola, un atto, una vaga protesta e autocritica, preludio a qualche decisione per depotenziare uno scandalo che comunque monta. Eppure in altre Regioni il problema si avverte, e qualcosa si fa. Con la finanziaria 2007 (approvata a dicembre, nei termini…), il Consiglio regionale del Lazio, pur incomparabilmente più risparmioso di quello sardo, ha provato a sforbiciare qua e là i costi della politica. Decisioni che fanno risaltare la pervicacia dei nostri indifferenti onorevoli. Le indennità dei consiglieri tagliate del 10 per cento: non è tanto ma un grande segnale. Ridotte del 50 per cento le spese di comitati, osservatori e vari organi consultivi. I consigli di amministrazione degli enti pubblici ridotti a solo tre componenti e le loro indennità tagliate del dieci per cento. Le commissioni consiliari limitate a 12.
E in Sardegna? Silenzio, e nebbia attorno ai numeri della vergogna. Avevamo iniziato la nostra inchiesta senza lontanamente immaginare dove ci avrebbe portato, chiedendo che tutte le indennità dei consiglieri (specie quelle esentasse) venissero almeno pubblicate sul sito internet del Consiglio. Figurarsi. Non gli passa neanche per la mente.
Continueremo a fare il raffronto tra la Sardegna e le altre regioni a statuto speciale, che hanno la stessa “anzianità” della nostra ma - Sicilia a parte - sono distanti anni luce finanziari dall'allegra prodigalità nuragica. E chiederemo spiegazioni incalzanti. Non ne avremo dal flemmatico Giacomo Spissu: vicepresidente nell'era rampante del boom spendereccio di Moro Seduto Serrrenti.
Ma Soru perché tace, pur avendo fatto in Regione l'opposto? Parla di costi della politica inaccettabili e da tagliare: ma genericamente, senza puntare al bersaglio grosso che è anche l'arena dove si tenta di matarlo a giorni alterni. Tireremo le somme dopo aver esposto i bilanci di Sicilia, Friuli, Val d'Aosta e Trentino-Alto Adige. La trasparenza e la sensibilità non abitano nella Sardegna politica. Ma è tempo di imporle a furor di popolo. Mai così pochi hanno incassato troppo da tutti. Non può durare all'infinito. Non con i nostri soldi. Procurade, onorevoles, moderare sa tirannia.
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Clamoroso: il Consiglio sardo
costa il doppio e anche il triplo
di quelli del ricco Nord
E ai nostri onorevoli meno tasse
di Giorgio Melis
Sardegna parsimoniosa. Risparmiosa. Sobria. Non è Sud profondo, scialacquatore di soldi pubblici, borbonico e dissoluto. Siamo sardi, fate largo ai virtuosi. Non è questa l'immagine e l'idea che gli altri italiani e noi stessi abbiamo dei nostri costumi? Certo che lo è: distinti e distanti dai meridionali, come sempre ci ritengono al Centro-Nord. E allora? Un falso clamoroso, la verità è l'opposto. Uno scandaloso primato: incredibile da credere, amaro ma doveroso da denunciare. La politica sarda è la più dissipatrice, spendacciona fino all'esagerazione: molto più, fatte le debite proporzioni, di quelle siciliana e campana. Quasi da non credere ai propri occhi e ai numeri.
Premessa troppo lunga ma indispensabile per dar conto di un'emozione negativa quando si credeva di averle viste tutte. Subito un esempio. Il Consiglio regionale della Sardegna, per una popolazione di un milione e 600 mila abitanti, 85 consiglieri e 160 dipendenti, costerà nel 2007 quasi 103 milioni di euro. La Lombardia - la regione più sviluppata, ricca e popolosa, con quasi nove milioni e mezzo di abitanti, 90 consiglieri e 283 dipendenti - spenderà per il suo Consiglio appena 71 milioni di euro: il 30 per cento in meno della Sardegna. Semplicemente incredibile.
Costi del Consiglio regionale in Sardegna
e nelle Regioni a statuto ordinario del Nord (bilanci 2007)
popolazione numero
consiglieri dipendenti
Consiglio bilancio
Consiglio
Piemonte 4.124.677 63 300 71 milioni
Lombardia 9.475.202 90 283 72 milioni
Veneto 4.759.872 60 150 50 milioni
Emilia Romagna 4.151.369 50 200 40 milioni
Liguria 1.609.013 40 125 28 milioni
Sardegna 1.657.268 85 160 103 milioni
(alcune cifre sono state arrotondate per semplificare la tabella)
Dopo aver frugato per settimane nelle pieghe del bilancio sardo, scoprendo e disvelando una realtà pazzesca, con picchi vertiginosi (la buonuscita di 700 mila euro al segretario generale andato in pensione), credevamo di aver toccato il fondo. Con una temeraria convinzione: sarà dappertutto così, più o meno, il costo della politica è altissimo ovunque: la Sardegna non può essere il peggio, starà nell'aurea medianità e mediocrità. E abbiamo deciso di confortare questa presunzione andando a cercare, con fatica e decine di telefonate, fax ed email, il riscontro nelle altre regioni.
Dopo i primi accertamenti, si è pensato a un errore. E giù altre verifiche. Fino a doversi arrendere a un'evidenza oltraggiosa per il livello di reddito, le condizioni sociali, l'economia disastrata dell'isola. Solo nella politica, nel costo del Consiglio regionale, la Sardegna straccia tutte le altre regioni. Una realtà sfuggita perfino alle lente ustoria di quanti (i senatori Salvi e Villone in un libro-inchiesta micidiale, il giornalista Gian Antonio Stella che spopola col suo bestseller “La casta”) hanno scandagliato a 360 gradi il sottobosco della politica istituzionale e partititica. Non hanno pensato di fare il raffronto realizzato da noi, con risultati davvero sconvolgenti. Oggi lo proponiamo con le regioni del Nord popoloso, sviluppato e produttivo. Nei prossimi giorni lo estenderemo alle regioni del Centro-Sud e infine alle altre a statuto speciale come la Sardegna.
A ogni lombardo il Consiglio costa 9 euro,
ciascun sardo ne deve spendere 64
Ma è un dato assolutamente omogeneo: ogni confronto vede la nostra assemblea largamente in testa nella disonorevole corsa allo scialo, allo sperpero da nababbi di soldi pubblici in una terra sottosviluppata. La comparazione con la Lombardia dice di tutto e di peggio. Con una popolazione sei volte superiore a quella sarda, il suo Consiglio spende due terzi del bilancio sardo: appunto 71 milioni contro i nostri (scusate: i loro, di onorevoli e dipendenti) 103 milioni. Neanche nove euro di costo per ogni lombardo, contro i 64 euro che il “parlamentino” isolano costa annualmente a ciascuno di noi.
Ma se questo è il paragone più eclatante, rispetto al ricco Nord ci sono altri cinque esempi che propongono un'immagine intollerabile della Sardegna povera, ma che offre ai propri onorevoli trattamenti da sceicchi. Il Piemonte ha appena 63 consiglieri (contro i nostri 85) con quattromilioni e passa di abitanti e 300 dipendenti (contro i nostri 160). Ebbene, il Consiglio regionale di Torino costa appena 71 milioni di euro, 17 euro annui per ogni abitante. L'opulento Veneto (oltre quattro milioni e mezzo di abitanti) ha appena 60 consiglieri e 150 dipendenti ma un bilancio consiliare di appena 50 milioni di euro: meno della metà della Sardegna, con una “tassa” annua pro capite di dieci euro per ogni residente.
Vogliamo continuare? La ricca Emilia-Romagna (quattro milioni e 151 mila abitanti, appena 50 consiglieri e 200 dipendenti) spende 40 milioni di euro all'anno, contro i 103 del Consiglio sardo. L'austera Liguria, con un milione 609mila abitanti (come la Sardegna) ha limitato i consiglieri a 40 e i dipendenti a meno di 130: spesa annuale, 28 milioni di euro, appena il 36,7 per cento di quanto si spende nel palazzaccio platinato di via Roma a Cagliari.
Meno consiglieri, stesso personale
e spesa ridotta nel virtuoso Nord
Sono cifre che si commentano da sole, gettando un fascio di luce abbagliante sulla munificenza senza paragoni che la Sardegna, con centinaia di migliaia di poveri e disoccupati, offre alla propria impunita classe politica. Un'immagine devastante, insopportabile, che muove allo sconforto e a una reazione furente contro un divario tanto enorme quanto inaccettabile. Forse che a Milano, Torino, Genova, Venezia e Bologna fare politica costa meno?
E perché mai dobbiamo pagare tanto per un Consiglio spesso al di sotto di ogni sospetto e decenza, di fronte all'efficienza, alla serietà e operosità di altre assemblee regionali, che hanno tutte meno (tranne Lombardia e Sicilia) e perfino la metà dei nostri eletti? Il teatrino del vaniloquio, logorroico, nullafacente, rissoso di via Roma, non è lontanamente paragonabile ai Consigli del Nord. Eppure costa dal 30 per cento in più fino al doppio e al triplo di quelli settentrionali.
Ma non si sente una parola di autocritica, un atto per riequilibrare una spesa astronomica rispetto agli altri. Anzi, chi la evoca viene tacciato di qualunquismo, demagogia e scandalismo antipolitico. Chi sono i veri qualunquisti che screditano il mandato parlamentare incassando e facendo spendere il doppio e il triplo dei colleghi che, poniamo a Bologna, da sempre hanno garantito ben altra efficienza e trasparenza all'amministrazione pubblica?
Non sono mancati e non mancano, sul versante del governo, scandali e sprechi in Veneto e in Lombardia. Ma, vuoto per pieno, la resa politica è infinitamente superiore a quella sarda, come il rapporto spesa-beneficio dei Consigli. Che diranno oggi i nostri onorevoli, l'imperturbabile presidente Spissu, i pasdaran improbabili moralisti all'Artizzu e al Sanjust-Robespierre, i campioni della sinistra radicale e della destra già incorruttibile ex missina? Davanti a un confronto che dovrebbe indurli a vergognarsi e nascondersi, diranno ancora che non sono ultraprivilegiati e costosissimi perfino di fronte ai colleghi lombardi, veneti, emiliani?
I consiglieri sardi pagano meno tasse di tutti,
rivalutando anche la Sicilia e la Campania
Ora le carte e le cifre sono sul tavolo, le altre le daremo nei prossimi giorni: ancora da soli. Servirebbe una battaglia morale dei cittadini e degli altri e ben più potenti ma silenti organi d'informazione: si limitano a riprendere i risultati delle nostre inchieste senza alzare un dito per rilanciare, aprire un fronte di denuncia e d'attacco e imporre una svolta moralizzatrice. Perché c'è ancora tanto da portare alla luce. Lo faremo ancora con i nostri deboli mezzi, visto che non vengono messi in campo quelli di chi ha ben altra potenza di fuoco.
Ma la nostra battaglia si allarga, coinvolge un numero crescente di lettori e cittadini giustamente indignati. E il passaparola ci aiuta a suscitare una mobilitazione che dovrebbe essere generale. Intollerabile l'accettazione rassegnata di troppi, il silenzio che a questo punto diventa connivenza.
Come sul fatto, documentato dal Sole24Ore, che la media delle trattenute fiscali degli onorevoli sardi è la metà di quella media nelle altre regioni. Ingrassano senza pudore e si smarcano dal fisco che ad ogni contribuente a reddito fisso chiede fino all'ultimo centesimo. Dopo questa e altre puntate, si vedrà che dovremmo chiedere scusa ai politici di Napoli e Palermo, considerati sempre dissipatori a man salva. Lo sono invece, e da Guinness dei primati, i nostri. Altro che austeri, risparmiosi e virtuosi: sono uno scandalo nazionale che tracimerà fuori della Sardegna. Ristabilendo una verità da arrossire al cospetto degli altri italiani.
toro seduto disse:" Che vi colga la giustizia e se così non fosse...tutto in medicine"
Sunday, June 10, 2007
Friday, June 08, 2007
Thursday, June 07, 2007
Wednesday, June 06, 2007
Monday, June 04, 2007
lettera su Dago: copio/incollo
Sull'Espresso di qualche settimana fa c'era un articoletto che spiega che recentemente il Parlamento ha votato all'UNANIMITA' e senza astenuti (incredibile!) un aumento di stipendio per i parlamentari pari a circa 1.135,00 al mese.
Inoltre la mozione e stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali.
STIPENDIO Euro 19.150,00 AL MESE, STIPENDIO BASE circa Euro 9.980,00 al mese, PORTABORSE circa Euro 4.030,00 al mese (generalmente parente o familiare), RIMBORSO SPESE AFFITTO circa Euro 2.900,00 al mese, INDENNITA' DI CARICA (da Euro 335,00 circa a Euro 6.455 ,00) TUTTI ESENTASSE, TELEFONO CELLULARE gratis, TESSERA DEL CINEMA gratis, TESSERA TEATRO gratis, TESSERA AUTOBUS - METROPOLITANA gratis, FRANCOBOLLI gratis, VIAGGI AEREO NAZIONALI gratis, CIRCOLAZIONE AUTOSTRADE gratis, PISCINE E PALESTRE gratis, FS gratis, AEREO DI STATO gratis, AMBASCIATE gratis, CLINICHE gratis, ASSICURAZIONE INFORTUNI gratis, ASSICURAZIONE MORTE gratis, AUTO BLU CON AUTISTA gratis,
RISTORANTE gratis (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per Euro 1.472.000,00).
Intascano uno stipendio e hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in parlamento mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi (per ora...). Circa Euro 103.000,00 li incassano con il rimborso spese elettorali (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), più i privilegi per quelli che sono stati Presidenti della Repubblica, del Senato o della Camera. La classe politica ha causato al paese un danno di 1 MILIARDO e 255 MILIONI di EURO. La sola camera dei deputati costa al cittadino Euro 2.215,00 al MINUTO! Far circolare... si sta promuovendo un referendum per l' abolizione dei privilegi di tutti i parlamentari, queste informazioni possono essere lette solo attraverso internet in quanto quasi tutti i massmedia rifiutano di portarle a conoscenza.
Presumo, purtroppo, che questi siano dati reali: non c'è limite alla vergogna....ebbene abbiamo 15 ministeri...fatevi i conti e cominciate a risparmiare perchè non sarà facile estirpare questo virus...
grazie a mala ed al suo pirosicando..
prima
( come spesso accade),
il comune dovere di cronaca, ci spinge a riportare il comunicato della redazione della 7;
ci permettiamo di osservare che un certo quotidiano si è "dimenticato" di pubblicare questa precisazione....al contrario, ha mandato alle stampe il documento che troverete nel post "Grossi guai Dottor Piroso"non consentendo ai lettori di farsi un' idea oggettiva del contendere in questione.
The Daily Bruin
From left) Computer science Professor Mario Gerla and researcher Giovanni Pau have developed technology that links cars through a wireless connection.
Many Americans today are choosing to unplug, whether by using cell phones or signing onto the Internet via personal laptops in the middle of Starbucks, and UCLA researchers say cars may be next.
Drivers can receive data such as travel information and traffic updates via the Internet from their cars using the connection created by a car-to-car network.
Mario Gerla, a computer science professor at the UCLA Henry Samueli School of Engineering and Applied Science, created a wireless network to exist between cars, allowing for the transfer of information between cars at the press of a button while on the road.
“Cars can do more than drive us around,” Gerla said. “We can use the vehicles to download information from the Internet that is useful to us when driving around.”
The project is based on the principles of a wireless, mobile ad-hoc networking platform, or MANET, that allows moving vehicles within a range of 100 to 300 meters of each other to connect and, car by car, create a network with a wide range, according to a press release.
Cars that fall out of range drop out of the network, and other equipped cars can also join the network to receive or send signals.
A car equipped with such wireless capability can access information from both the Internet and from surrounding cars. Existing wireless connections to the Internet require a stationary access point, such as a cell phone tower, but Gerla’s network bypasses this setup.
For example, individuals can gain travel and tourist information such as maps and must-see sights from the comfort of their cars, Gerla said.
Car-to-car information can also communicate the specific location of the cars and suggest potential detailed travel plans. Drivers can be alerted of safety issues, including car accidents that have occurred or dangers on the road such as blind curves, Gerla said.
Researchers said the project is fueled by their desire to create new technology.
“Why are we interested? Because it is a challenge,” said Giovanni Pau, assistant director of the project, explaining that wireless networks have never been created in cars.
The project has also garnered attention because wireless communication may one day be a standard in all cars.
“We think in the future that vehicle-to-vehicle will become an important way of exchanging information,” Gerla said.
“There are other methods, like cell phone or satellite, but (those methods) are not free.”
Over the past several months, undergraduate and graduate students have helped Gerla with his research, usually driving and riding in the cars during experiments, he said.
The project receives the majority of its funding from private grants, Pau said.
But privacy concerns are one of the main problems the project has faced.
Some of the applications used to create the wireless connection always remain on, which could allow for drivers to track other drivers or find out personal information, Gerla said.
He added that a lot of work has been focused on maintaining driver privacy, including applications that would allow for the anonymous transfer of information so that the identities of drivers would remain hidden.
The project is not finished yet, but Gerla and his team hope that car-to-car wireless connections will be used in public vehicles such as ambulances and buses and become a manufacturer-installed standard for personal automobiles.
Gerla approximated that in five years consumers will see car-to-car communication in the market.
Grossi guai Dottor Piroso!!!
Lunedì 4 e martedì 5 giugno i giornalisti di La7 e La7 Sport si asterranno dalle prestazioni in video e in voce. Niente tg, niente diretta dalla Vuitton Cup con Luna Rossa. In un comunicato la redazione sottolinea che «dopo oltre una settimana dall'assemblea di redazione che ha condannato con forza, metodo e merito della nuova organizzazione redazionale varata dal direttore del Tg News, Antonello Piroso, sono state del tutto ignorate le richieste del piano editoriale e degli spazi dell'informazione nel prossimo palinsensto avanzate dal Cdr a direzione e azienda. Il direttore Piroso, anzi, non ha neppure voluto incontrare singolarmente i colleghi che nei giorni scorsi hanno chiesto un chiarimento della loro posizione individuale».
Nel documento sindacale diffuso si sottolinea che «ancora una volta dunque viene ostentato un chiaro disprezzo per la corretta dialettica con la redazione, in un momento delicato per tutto il gruppo Telecom in cui scelte e comportamenti dovrebbero invece essere improntati al buon senso e alla costruttività».Viene quindi ricostruita l'ultima fase della vertenza, ovvero «Venerdì 18 maggio senza alcuna consultazione con i giornalisti direttamente interessati, né la richiesta del parere preventivo al Comitato di redazione - come previsto dal contratto di lavoro giornalistico - la direzione si è limitata a comunicare l'operatività di un provvedimento che stabilisce la sostituzione del caporedattore centrale e di tutti i capi dei servizi, compreso il caporedattore politico destinato ad altro incarico. È una decisione unilaterale che senza essere motivata da alcun progetto editoriale-industriale per l'informazione, priva in un sol colpo la redazione delle specifiche competenze professionali e calpesta le regole e gli impegni presi, a cominciare dal consolidamento a tempo indeterminato dei precari che da anni lavorano a pieno titolo nella redazione giornalistica oggi scavalcati da altre assunzioni».
Il comunicato si chiude sottolineando che «all'azienda i giornalisti - che rivendicano un atteggiamento di estrema responsabilità nonostante le numerose ragioni di contrasto - tornano a chiedere un confronto serio sul ruolo dell'informazione, a cominciare dai tg sportivi e gli approfondimenti, e sulla sfida dei nuovi media per i quali azienda e direzione non hanno mai elaborato un progetto».
«La notizia dello sciopero dei giornalisti de La7, le prese di posizione dell'Ordine dei giornalisti e del sindacato dopo le denunce arrivate nei giorni scorsi dal comitato di redazione dell'emittente sono segnali particolarmente gravi». Lo dichiarano in una nota i parlamentari dell'Unione Esterino Montino, Francesco Ferrante, Rina Gagliardi, Loredana De Petris e Dino Tibaldi. «Da quanto si apprende - continuano gli esponenti dell'Unione - la direzione, dopo aver emanato, senza consultare i giornalisti interessati e senza la richiesta del parere preventivo del Cdr previsto dal contratto di lavoro giornalistico, un provvedimento che stabilisce la sostituzione del caporedattore centrale e di tutti i capi dei servizi, è restata sorda a qualsiasi richiesta di chiarimento formale. In un momento delicato per la vita dell'azienda - coinvolta nel passaggio di proprietà del Gruppo Telecom - scelte come queste, unilaterali e non motivate della direzione giornalistica, sono del tutto estranee alla quotidiana dialettica che esiste in tutti i gruppi editoriali». «In questo modo - concludono - si rischia di compromettere la professionalità e l'autonomia di una testata che da molti anni fuori dal duopolio ha fatto della qualità dell'informazione un suo caposaldo spesso esercitando un importante ruolo di servizio pubblico. Anche alla luce dell'annunciato sciopero dei prossimi giorni, non si può che auspicare che tale importante peculiarità possa continuare ad essere esercitata quotidianamente dalla redazione de La7».
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=66470
Pubblicato il: 03.06.07
Modificato il: 03.06.07 alle ore 20.49
Sunday, June 03, 2007
stralcio/copio/incollo.
decisioni assunte ieri dal Consiglio dei Ministri - è scritto nella nota - si rileva che coinvolgere impropriamente la presidenza della Repubblica in una specifica questione di governo non giova a quella funzione di alta garanzia istituzionale che è propria del Capo dello Stato e che il presidente della Repubblica ha svolto e continuerà a svolgere nelle forme costituzionalmente consentite e nel rispetto dell'equilibrio dei poteri". "Si tratta - ha poi ribadito il presidente - di decisioni prese dal governo nella sfera delle sue esclusive competenze e attribuzioni"
Premetto che considero la decisione del Presidente decisamente saggia, dovrebbe farlo più spesso, molto più spesso.
Dopo tante intromissioni da parte sua, certamente opportune (mi perdoni, mi sfuggono le competenze del suo mandato, cercherò di colmare questa ignobile lacuna tempestivamente) questo suo " tirarsi fuori" (probabilmente è colpa dell'informazione) ha il sapore amaro dell'anno zero...c.c.
Quando il prezzemolo si ribella, sono cavoli amari per tutti!!!
http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/economia/unipol-visco-giornale/parla-prodi/parla-prodi.html
come volevasi dimostrare...( dal corriere)
03 giu 16:04 Trento: Prodi, "cautela per riforma Ici"
TRENTO - "Nella riforma dell'Ici e' necessario procedere con mano leggera". Lo ha affermato il premier Romano Prodi nel corso del suo intervento al Festival dell'economia di Trento. "In tutta Europa - ha spiegato - le imposte sulla casa sostengono il sistema delle autonomie locali e non esiste un sistema di autonomie che non recuperi risorse dalla casa".
Un passo indietro, ma noi, sempre quegli italiani brava gente, lo sapevamo che i Comuni mai e poi mai avrebbero rinunciato alla tassa ICI; principalmente perché da questo è che " sanno da campà"e se da parte del Signor B era soltanto una mossa di bassa politica per essere rieletto, altrettanto si sospetta per il Signor R. visto che alla vigilia della nascita del PD aspira ad essere "nuovo punto di riferimento" dell'abusato centro.Viene da dire:" povero Signor F" che non ha compreso... non ci si butta in mare quando gli squali devono mangiare...
Saturday, June 02, 2007
Io.... da grande diventerò bellissima (forse)
unione sarda...a proposito di Don Dessì
ACCUSE PROVATE. Per il giudice Spanò, tutte le accuse contro don Dessì sono abbondantemente provate, dalle dichiarazioni delle vittime e dalle testimonianze dei volontari (soprattutto cagliaritani) che hanno lavorato nella sua missione. Le accuse Il prete sardo è stato condannato per tre casi di pedofilia, ma quelli emersi durante l'inchiesta sono parecchie decine, parte dei quali coperti da prescrizione. In pratica, quasi tutti gli orfanelli che facevano parte del Coro Getsemani venivano regolarmente violentati. Ed entrare nel coro rappresentava un premio. Dessì aveva le sue preferenze, in genere sceglieva bimbi fra gli otto e i dieci anni, ma non disdegnava quelli di tredici e quattordici. Ne abusava, ma li costringeva anche ad avere rapporti fra loro, insensibile a lacrime e suppliche. A volte li riprendeva con una telecamera. E spesso usava gli orfanelli come esca per avvicinare altri piccoli. «Quel bambino mi piace, portamelo che poi ti do un premio». Leggendo le deposizioni rese dalle vittime durante l'incidente probatorio svoltosi a Parma, emerge un campionario di perversioni sessuali pressoché sconfinato (e impubblicabile). Condito da frasi tipo «lo faccio perché ti voglio bene», oppure «io ti ho generato» e indecenze varie. Gli episodi avvenivano in Nicaragua e durante i viaggi del coro all'estero. «Una volta eravamo in Sardegna - ha raccontato una vittima - in casa di una sorella di padre Marco, tale Letizia. Io aprii una porta e lo sorpresi mentre consumava un rapporto sessuale con un mio compagno». Un altro ragazzo ha detto al giudice che nel 1989, sempre in Sardegna, fu «violentato da padre Marco insieme a un'altra persona di sesso maschile». Le vittime Per il giudice, «i racconti delle persone offese sono intrinsecamente attendibili». Lo conferma anche anche la perizia, disposta dal Pm Lucia Russo, che ha vagliato le loro dichiarazioni sotto il profilo psichico e psicologico. Da escludere quindi, qualsiasi ipotesi di congiura, come adombrato dall'entourage del prete, ma anche di vendetta. Esemplare la dichiarazione di Oscar, una delle vittime: «Sono qui per dire semplicemente la verità, non per una vendetta, solo per raccontare la mia storia e perché quello che è successo a me non succeda mai più ad altre persone. Per padre Marco non provo alcun rancore». I volontari Nel motivare la sentenza di condanna, il dottor Spanò rileva che le accuse «delle vittime si incastrano e si fondono armonicamente con quelle dei volontari» che hanno sollevato il problema degli abusi sessuali a Chinandega.
L'INCHIESTA. L'inchiesta condotta dal Pm Russo non è nata «da un'interessata ribellione postuma delle presunte vittime, bensì dall'indignazione provata da soggetti terzi, i quali, ispirati da elevate motivazioni di natura etica, hanno deciso di dedicare una parte della propria vita ad impegnative attività altruistiche». Sono stati infatti i volontari della onlus Solidando, di Cagliari (sostenuti da Rock no War di Modena) «a promuovere l'indagine sulle condotte abusive del Dessì, dapprima (signficativamente) dinanzi alle autorità ecclesiastiche, quindi all'autorità giudiziaria italiana». Le loro iniziative «appaiono il coerente sviluppo di una comprovata sensibilità verso il mondo dell'infanzia e il naturale sbocco di un sentimento di ripugnanza che non può trovare altra spiegazione se non nella consapevolezza della verità dei fatti denunciati». A condurre le prime indagini è stato infatti Gianluca Calabrese, di Solidando, un medico cagliaritano che dagli anni Novanta fa volontariato in Nicaragua. Una volta venuto a conoscenza delle abitudini sessuali di don Marco, ha raccolto una serie di testimonianze in un DVD che ha presentato, prima alle autorità ecclesiastiche, poi (anche su loro impulso) alla magistratura di Parma. Per questa attività Calabrese è stato minacciato da Ludwig Vanegas, braccio destro di don Marco. Ma c'è di peggio. In una telefonata, intercettata dai carabinieri, un certo Marco annuncia a Letizia, sorella del prete, che un gruppo di amici ha deciso di indagare su Calabrese, «di mettere un investigatore per spiarlo». Obiettivo, scoprire qualcosa sul suo conto «perché si è comportato da giuda». Ha pagato un alto prezzo sul piano personale, il dottor Calabrese, anche perché i suoi nemici non scherzavano. Wanegas è lo stesso personaggio che in una telefonata con don Marco gli garantiva vendetta contro i suoi accusatori: «Tanto dovranno tornare in Nicaragua, prima o poi, è allora non avranno vita lunga». Lo stesso sacerdote di Villamassargia aveva minacciato personalmente un volontario di Milano, Angelo Caterina che, già nel '91, aveva raccolto confidenze dei bambini che lamentavano abusi sessuali. «Stai attento, perché io posso trovare cento bambini che dicono la stessa cosa di te». All'epoca, un gruppo di volontari tentò di sollevare il problema. Fra loro, anche il giornalista cagliaritano Cesare Corda. Ma non ebbero fortuna. Corda ha detto al giudice di Parma che le autorità ecclesiastiche italiane lo dissuasero dal presentare una denuncia penale «al fine di evitare di mettere in cattiva luce le missioni nel mondo». Poi gli telefonò Letizia, sorella del prete: «Stia attento a quello che dice, noi abbiamo molti amici». In seguito a quella iniziativa, don Marco fu allontanato dalla missione per qualche tempo, ma poi tornò, «e mi dissero che era più potente di prima», ha concluso Corda.
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il comunicato del Presidente
il senso dello Stato (...e Pilato ) (dal corriere)
c
sempre per sentire tutte le campane..da la Repubblica
Da sconosciuto generale imposto da Pollari allo strappo finale
Oggi Speciale forse alla festa del 2 Giugno, pensa un ricorso al Tar
L'ultima partita del Comandante
"Andarmene? Non ci penso neanche"
di CARLO BONINI
NELL'EPILOGO, dunque, il generale di fanteria Roberto Speciale da Petraperzia (Enna), "Ciccio il comandante", come ama farsi vezzeggiare dai suoi amici forzisti e di Alleanza nazionale, non batte i tacchi. Nella sua uscita non c'è traccia di uno di quei suoi "Ossequiosamente obbedisco", "Subordinatamente La saluto", con cui per dodici mesi ha omaggiato un nuovo padrone politico cui scavava la fossa. In trenta minuti di colloquio in via XX Settembre, comunica al ministro dell'Economia Padoa-Schioppa, che gliele chiede, che lui alle dimissioni "non ci pensa nemmeno". Si fa mettere alla porta e destituire dal comando con effetto immediato lasciandosi offrire un posticino alla Corte dei conti (che forse accetterà, o forse no).
Perché questo contemplava il format che il centro-destra aveva scritto e che con diligenza lui ha interpretato in queste due settimane. L'uscita di scena doveva essere rumorosa. E rumorosa è stata. Perché, da oggi, in un'ultima operazione di "spin", rumore possa chiamare altro rumore ("La destituzione è un golpe". "Un attentato alla Costituzione". "Un'esecuzione gappista") convincendo il Paese di essere rimasto orfano di un generale "spezzaferro", di un "civil servant", che non si è piegato all'arroganza della politica.
Roberto Speciale non è stato né l'uno, né l'altro. Roberto Speciale è un fungo cresciuto nel sottobosco in cui, per cinque anni, il centro-destra ha coltivato un disegno di controllo degli apparati che doveva avere nell'intelligence politico-militare, il Sismi di Nicolò Pollari, e nelle Fiamme Gialle, un nuovo potente e pervasivo strumento di controllo e intervento a uso politico. Un grumo di potere non più misterioso almeno da quattro anni. Di cui il governo di centro-sinistra conosceva e conosce uomini e coordinate. Di cui ha fatto le spese (la campagna sul caso Unipol, le intrusioni abusive nelle anagrafi tributarie, il sistema di spionaggio illegale in Telecom). Ma a cui sin qui non ha voluto (o potuto) mettere mano. Per insipienza, per miopia, per divisioni interne. E a cui oggi sacrifica, non a caso, il viceministro Vincenzo Visco (l'unico, a quanto pare, ad aver avvistato per tempo "criticità" che altri non hanno voluto vedere).
Eppure, non era necessario un indovino per intuire come sarebbe andata a finire. Per comprendere quale fosse la posta in gioco. Nell'autunno scorso, con l'uscita di Pollari dal Sismi, Speciale perde il suo mentore e rimane unico custode della potente macchina che, nel luglio 2003, gli era stata consegnata con ben altre e per lui più consone mansioni. E' un Carneade, "Ciccio il comandante". E, in quell'estate, quando decidono di nominarlo comandante generale della Finanza, Berlusconi e Tremonti ne ignorano persino l'esistenza. E' Nicolò Pollari, siciliano come Speciale, che garantisce per lui. Che ne sollecita e impone la nomina.
E' l'uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto, ragiona l'allora direttore del Sismi. E' una muffa degli Stati Maggiori della Difesa che a fatica ha superato l'Accademia militare di Modena. Un burocrate furbissimo con un debole per le belle cose (arredi e orologi), la bella gente, i bei luoghi (Capri). Che in dieci anni (dal 1993 al 2003), da poltrone di nessuna visibilità, ha coltivato una fitta rete di benevolenze. Ha comandato infatti il primo Reparto dello Stato maggiore Esercito e quindi il primo Reparto dello Stato maggiore Difesa, da dove ha controllato "il personale" (avanzamenti e stato giuridico della truppa e dei quadri ufficiali. Per un periodo anche la leva).
Nell'estate 2003, Pollari ha bisogno di una testa di legno che governi per conto terzi (per suo conto) la Guardia di Finanza. Il tempo necessario al governo di centro-destra per varare la riforma che (come per l'Arma dei carabinieri) dovrebbe consentire di nominare al comando del corpo un proprio generale. Che prepari cioè a Pollari, generale di corpo d'armata delle Fiamme Gialle, il suo grande rientro quando si tratterà di lasciare il Sismi. E' un piano di cui Pollari si compiace e che Speciale racconta in giro, vantandosene. Pollari dispone. "Ciccio" esegue. Il Sismi si gonfia di ufficiali della Finanza e, va da sé, anche del figlio di Speciale, cui per qualche tempo viene affidato (con esiti disastrosi) il centro di Abu Dhabi. Speciale ridisegna i vertici del Corpo con organigrammi dettati da Pollari e dal suo delfino, il generale Emilio Spaziante, che dalla Lombardia (di cui controlla ogni ufficiale) viene portato a Roma, come capo di Stato Maggiore. Speciale fa e disfa, ritenendo di non dover neppure informare il suo comandante in seconda.
Poi, il piano Pollari va a farsi benedire. E con lui la direzione del Sismi e l'osmosi tra la nostra intelligence militare e le Fiamme Gialle. Speciale resta il solo garante, con pieni poteri di comando, di una ragnatela pazientemente tessuta per quattro anni. Di un apparato che è stato il braccio operativo dell'esecutivo di ieri, oggi opposizione. Il tentativo di Visco di cominciare a intaccarne i gangli (Milano) è troppo. Ma è anche una magnifica occasione. L'operazione può cominciare. E Speciale ne conosce l'epilogo. Si aggiusterà la fascia in vita e si farà saltare come un martire nel governo di centro-sinistra. Forse, farà qualcosa di più. Se è vero, come dicono quando ormai è notte, che oggi, da destituito, sederà ai Fori imperiali nel palco autorità della Festa della Repubblica. Se è vero che in queste ore lo accende l'idea di mummificarsi in Viale XXI Aprile ricorrendo a qualche tribunale amministrativo contro la decisione del governo.
dovere di cronaca..(dal cd sera)
autolesionismo...dal corriere
«Mercoledì - ha garantito Bersani - vi porteremo le ragioni della decisione del governo».
Bersiiii...noi vogliamo sapere tutto oggi, gli Italiani, ricordi?
Quelli che vi hanno votato e che sono basiti per le figure di menta...non per dire..ma sembra che al governo ci siano paperino e la banda bassotti...quindi urge chiarimento magari oggi che si festeggia " la Repubblica Italiana"
Prodi scopre l'acqua calda. Dal sole 24 h
Prodi: «Diminuire il numero dei ministri? È un'idea..»
«Ammetto che è andata male, soprattutto al nord, ma non si può parlare di batosta. Ci sono le premesse perchè si arrivi a un risultato migliore». Parte dalla sconfitta elettorale alle recenti amministrative il presidente del Consiglio Romano Prodi in un'intervista a tutto campo rilasciata a Radio 24. Il premier riparte dai risultati delle consultazioni per toccare i principali temi all'attenzione del dibattito politico, con una speciale considerazione per le spine nel fianco che hanno provocato le maggior i difficoltà del centrosinistra nel rapporto con l'elettorato, soprattutto settentrionale.
Il presidente del Consiglio ritorna infatti sul tema degli sprechi e dei costi della politica, ammettendo come anche il Governo da lui presieduto conti troppi esponenti, in particolar modo sottosegretari, rivendicando però il taglio delle spese dell'esecutivo del 30 per cento. Sottolinea la scelta giusta sul caso Visco e torna invece a lodare l'operato del ministro Padoa-Schioppa: «Sta lavorando per il rigore e ce ne accorgeremo in futuro», ribadisce. «In 10-15 anni si è rovinato il Paese, ora bisgona rimetterlo in carreggiata», aggiunge. Per fare questo, secondo il presidente del Consiglio, è necessario garantire un equilibrio di lungo periodo «tenendo conto dei conti pubblici e dando speranze di una pensione ai giovani, attraverso una riforma di lungo periodo». «Le soluzioni possono essere tante, ma su questi due punti non transigo», sottolinea Prodi. Di giovani Prodi ha anche parlato in un altro contesto, quello della gara per la conduzione del Partito Democratico, ribadendo la priopria volontà a dare vita ad una competizione sana per la leadership futura, a partire dal voto dell'assemblea del pd del 14 ottobre: «La politica è gara: io vorrei che il 14 ottobre si vada a un voto su liste diverse, plurali, una gara effettiva e senza nessun posto prenotato». «A me il posto non l'ha lasciato nessuno, ho lottato me lo sono preso», ha continuato Prodi. «Non si è mai sentito che qualcuno lascia il posto, ma non solo in politica, anche in economia... Se ci sono uomini in gamba il posto se lo prendono».
Infine anche non manca una stoccata anche al presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo a proposito della sua relazione all'assemblea degli imprenditori italiani: «Io dal presidente di Confindustria avrei amato sapere qualcosa anche sull'industria, qualche analisi sui problemi economici del Paese», commenta Prodi. «Io pretendevo e pretendo - insiste ancora il premier - che in una assemblea di Confindustria si analizzino sia i problemi politici che i problemi economici, la strategia industriale del Paese». Insomma, «mi piacerebbe avere finalmente un dibattito sui discorsi concreti, cosa fare per aumentare la produttività, come mai abbiamo determinate imprese che non riescono a fare concorrenza, come possiamo fare a lavorare insieme».
"rivendicando però il taglio delle spese dell'esecutivo del 30 per cento."
Sei sicuro? Ma sicuro, sicuro?...
dal sole 24 0re
di Piero Fornara
Le liberalizzazioni messe in campo dal Governo Prodi sono «la riscossa del civismo» perché tengono conto del «diritto di cittadinanza di tutti gli italiani». Il ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani interviene al Festival dell'Economia di Trento, venerdì 1° giugno pomeriggio, mentre rimbalzano da Roma le notizie d'agenzia sull'improvvisa convocazione del Consiglio del ministri per il caso Visco-Speciale. Introdotto da Massimo Mucchetti, Bersani partecipa a una tavola rotonda con Mauro D'Ascenzi, Gian Maria Gros Pietro e Michele Polo: la sede è il restaurato Teatro Sociale, un'istituzione della Trento ottocentesca situata nell'antico quartiere artigianale del "Sass" (per il Festival l'ingresso è gratuito e sia in platea che nei tre piani di palchi si registra il tutto-esaurito, con gente rimasta anche fuori).
«Liberalizzare - spiega Bersani - vuole dire stare dalla parte del consumatore, sviluppare gli investimenti, avere anche clausole sociali, dare un tono all'economia. Ma aggiungo anche che se intendiamo questo termine con un concetto un po' più esteso, questo può far capire anche altro». Infatti, continua, il termine «può farci ricordare che il cittadino deve essere trattato bene, che ai giovani non si può impedire di fare il mestiere che sanno fare, che se vogliamo pagare meno tasse bisogna che tutti le paghino, che la Pubblica amministrazione deve semplificarsi perché è un servizio al cittadino. Se queste politiche creano qualche scomodità, ma promettono anche qualcosa per il futuro, dobbiamo assolutamente perseguirle». A chi gli domanda se «liberalizzare sia di sinistra» Bersani risponde: «Liberalizzare vuol dire mettere delle regole al mercato, con uguali diritti, senza rendite monopolistiche. Se io consento che un giovane possa aprire una propria attività senza dover andare a chiedere troppi permessi o senza doversi chiedere se conosce qualcuno, io non faccio solo un'operazione di libertà ma di giustizia (sono già nate 1.200 parafarmacie, 2.400 panetterie senza obbligo di licenza). Resto dunque convinto che liberalizzare è di sinistra».
Non ci sono solo i tassisti e i benzinai, che con le loro proteste "plateali" disturbano i cittadini. A protestare contro il pacchetto sulle liberalizzazioni - ha voluto far notare Bersani - ci sono anche tutta una serie di altre categorie professionali che, seppur più silenziose, hanno una diverse possibilità di resistenza e le impiegano tutte. «Colpiscono molto queste cose dei tassisti e dei benzinai, so che sono cose dure - ha dichiarato - però ci sono categorie che per farsi sentire hanno bisogno purtroppo di disturbare i cittadini, ma ci sono categorie per cui basta infilare una parolina in una norma: le resistenze al cambiamento però sono le stesse».
Rc Auto: le modifiche chieste dall'Antitrust. Nel settore della responsabilità civile automobilistica a tre mesi dall'introduzione dell'indennizzo diretto sono già liquidati il 40% degli incidenti, entro 30 giorni e senza contenzioso (e presto dovremmo arrivare al 60%). L'allarme lanciato dall'Antitrust, secondo cui alcune modifiche introdotte dalla commissione della Camera al disegno di legge sulle liberalizzazioni rischiano di aumentare i costi per l'Rc Auto, «è sicuramente utile, ma il Parlamento ha già cominciato a provvedere a questo problema» ha poi dichiarato il ministro Pierluigi Bersani, nel corso di una conferenza stampa in margine al Festival dell'Economia di Trento. «La prossima settimana ci sarà una discussione in Parlamento sulla base di una decisione già presa dal relatore e ci sarà una correzione».
La decisione dei gestori delle pompe di benzina di ridurre le giornate di sciopero da tre a due dopo l'incontro con la Commissione di garanzia «è un fatto positivo», anche se la protesta «non tiene conto» del tentativo del Governo di «andare incontro alla preoccupazione qualche volta fondata dei benzinai». Il ministro ha aggiunto: «Non vogliamo la desertificazione di certe aree del Paese per quel che riguarda l'approvvigionamento degli utenti, così come non vogliamo la dequalificazione del settore. Abbiamo messo degli elementi di arricchimento delle nostre norme. Non sono bastate a convincere i benzinai, ma penso che poco a poco le cose si risolveranno. Le riforme devono andare avanti, ma non sono contro nessuno».
La normativa per i taxi. La norma riferita ai tassisti «esce completamente intonsa dall'accordo di giovedì 31 maggio» ha precisato ancora Bersani, sottolineando che una legge «che ha 60 articoli non si può approfondire nel merito. Abbiamo fatto una "lenzuolata" per il tutto». Continuare a dire «che il Governo fa marcia avanti e marcia indietro, senza mai andare al merito mi pare abbastanza curioso». Per il ministro bisogna che «nel nostro Paese si accetti l'idea del cambiamento senza drammatizzare tutto in modo così parossistico. Per questo abbiamo cercato con le "lenzuolate" di creare un po' di tifoseria intorno alla liberalizzazione. Ci vuole una mentalità collettiva e cerchiamo tutti quanti di accettare il cambiamento, lasciando che le decisioni vengano prese. È l'appello che mi sento di fare». Bersani ha infine chiuso l'argomento con una battuta, ricordando di essere «figlio di benzinai. La cosa mi turba un po'. È il conflitto di interessi alla rovescia».
1 giugno 2007
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"Signor Ministro e la chetichella"
Con un nuovo blitz, il Governo e la maggioranza fanno un altro regalo ai grandi gruppi commerciali (italiani come Coop, o multinazionali come Auchan e Carrefour, e le nascenti catene di parafarmacie). La Camera, infatti, ha approvato ieri, di soppiatto, senza nemmeno sentire il parere del Ministro della salute, un emendamento che, se confermato dal Senato, consentirebbe la vendita dei medicinali di fascia C (con ricetta medica, a carico del cittadino) negli esercizi commerciali. Tutto questo mentre è in corso al Ministero della salute un tavolo di confronto con gli operatori del settore per rendere il servizio farmaceutico sempre più rispondente ai bisogni dei cittadini.
Il nuovo intervento segue quello promosso un anno fa, grazie al quale supermercati e nascenti catene di parafarmacie possono vendere i medicinali senza obbligo di ricetta medica.
Governo e maggioranza, quindi, portano avanti il loro disegno di smantellare pezzo per pezzo la farmacia italiana, finora considerata una delle migliori in Europa, consegnandola nelle mani delle catene commerciali della Grande Distribuzione Organizzata e delle multinazionali. Altro che liberalizzazione, stiamo assistendo alla distruzione di un servizio che funziona ed è apprezzato dai cittadini per far aumentare i profitti di pochi grandi gruppi, con il risultato che domani i cittadini potrebbero non trovare più la loro farmacia di fiducia sotto casa.
Le farmacie non intendono assistere in silenzio a questo massacro e sono pronte ad avviare iniziative di lotta a difesa del servizio farmaceutico. Per questo motivo hanno chiesto un incontro urgente al Ministro della salute e hanno convocato per domani, giovedì 31 maggio, un Consiglio Direttivo di Federfarma.
La domanda alla quale le farmacie chiedono una risposta è: a chi giova consentire la vendita di farmaci antitumorali, antipsicotici, stupefacenti, antidepressivi, antipilettici, estrogeni, pillola del giorno dopo sugli scaffali dei supermercati? Veramente, si pensa in questo modo di fare gli interessi dei cittadini?
Siamo sicuri che essere l'unico Paese europeo che si orienta su questa strada e consente la vendita di farmaci con ricetta medica e di particolare rilevanza nei normali esercizi commerciali sia un segno di civiltà e di progresso?
31/05/2007
Federfarma: dimissioni del Direttivo nazionale in segno di protesta contro l'emendamento che demolisce il servizio farmaceutico. Convocata l'Assemblea Nazionale per decidere ulteriori iniziative di lotta
È indegno di un Paese civile e democratico che, proprio mentre sono aperti più tavoli di confronto tra Governo e operatori del settore (sulla spesa farmaceutica, sull'assetto del servizio farmaceutico e sul ruolo delle farmacie), con un colpo di mano della maggioranza alla Camera venga approvato un emendamento che, se confermato dal Senato, demolirebbe il servizio farmaceutico. L'emendamento intende consentire la vendita dei medicinali con ricetta medica a carico del cittadino (ad esempio: anabolizzanti, stupefacenti, pillola del giorno dopo) nei supermercati e in altri esercizi commerciali.
Lo denuncia il Direttivo nazionale di Federfarma (la Federazione che rappresenta le 16.000 farmacie private convenzionate con il SSN), il quale, in segno di protesta, si presenta dimissionario all'Assemblea Nazionale, convocata con urgenza per la prossima settimana.
All'Assemblea sono invitati a partecipare il Presidente del Consiglio Romano Prodi, il Ministro della salute Livia Turco, il Ministro dello sviluppo economico Pier Luigi Bersani, nonché i parlamentari della maggioranza e dell'opposizione. A questi interlocutori Federfarma chiederà risposte chiare sul futuro della farmacia italiana e sul livello di tutela della salute che vogliono garantire ai cittadini-elettori.
Le farmacie assicurano da anni piena collaborazione al SSN e alle Regioni, garantendo assoluta trasparenza al settore mediante la rilevazione dei dati sui consumi e sulla spesa farmaceutica, favorendo la diffusione dei generici/equivalenti, distribuendo - d'intesa con le amministrazioni regionali - farmaci di particolare rilevanza terapeutica ed economica. Le farmacie garantiscono inoltre a livello locale una serie di servizi aggiuntivi (prenotazione telematica di visite ed esami, defibrillatori, consegna di farmaci a domicilio agli anziani, ecc.).
Il Governo e la maggioranza, ignorando completamente la collaborazione delle farmacie e i servizi resi al cittadino, fanno di tutto per distruggere un servizio che funziona, dall'area metropolitana al piccolo centro rurale, smontandolo pezzo per pezzo e consegnando la tutela della salute nelle mani del grande capitale, interessato solo al profitto.
Le farmacie non intendono assistere impotenti a questo stillicidio e sono pronte ad attuare pesanti iniziative di protesta, fino ad arrivare al passaggio all'assistenza farmaceutica indiretta su tutto il territorio nazionale. In questo modo le ASL dovrebbero rimborsare direttamente i cittadini che hanno anticipato di tasca propria il costo del medicinale. ASL che oggi, in diverse Regioni rimborsano le farmacie con ritardi che arrivano fino a 13 mesi.
Tale decisione si renderà necessaria nel caso in cui dal Governo e dal Parlamento non dovessero giungere segnali concreti della volontà di aprire un tavolo di confronto, unico e serio, su tutti i temi che riguardano la farmacia. Il primo segnale che Federfarma si attende è ovviamente la cancellazione dell'emendamento, approvato dalla Camera, che distruggerebbe il servizio farmaceutico. A questo tavolo Federfarma porterà le proprie proposte concrete per rendere il servizio sempre più rispondente alle esigenze di salute dei cittadini.
Rivendico il mio diritto a poter vendere un panino con paracetamolo, acetilsalicilico e salame!!!!!
.......Difficilmente un piccolo supermercato può munirsi di strutture adeguate...quando le ricette se le dovranno pagare totalmente i cittadini, quando a causa di ciò qualcuno ci lascerà le penne, allora, forse, questo provvedimento verrà pubblicato sui giornali( magari in prima pagina).... dare l'economia farmaceutica in mano alle multinazionali ( che evidentemente venderanno i loro prodotti a costo zero,come si dice dal produttore al consumatore... senza alcun vantaggio per l'utenza che pagherà il farmaco come prima e più di prima), alle coop , senza toccare le case farmaceutiche ( non tutti sanno che il prezzo al pubblico lo stabiliscono loro..), passando soltanto per la pelle della classe dei Farmacisti emana un odore che per educazione non voglio definire...
La liberalizzazione è ovvio che va fatta, ma dev'essere fatta bene...tutti devono poter competere cosa che evidentemente per il momento non accade.
Accade, invece, che grandi centri commerciali possono permettersi di caricare gli scaffali di farmaci,come verranno conservati non è dato saperlo, come non è dato sapere chi garantirà la qualità dei prodotti..... assumono personale che di fatto non pagano quanto dovrebbero,cioè Signor Ministro lo sfruttano, ma va bene, no?
Che gli sconti tanto annunciati alla fine non si sono visti( fate un giro e controllate)..
Ci sono tanti piccoli, grandi aspetti per cui un farmacista è responsabile di ciò che vende, rischiando l'espulsione dall'ordine (indi non può più esercitare)e la galera....chi pagherà se la grande distribuzione commetterà qualche errore imperdonabile, cioè chi andrà in galera e pagherà gli eventuali danni? Il commesso farmacista a cui danno 800 euro al mese?
Non sarebbe invece opportuno abolire i concorsi e liberalizzare l'apertura delle farmacie ogni tot di abitanti, ed eliminare gli ordini in generale?
No, scusate, troppo facile...