Cari Compressonauti,
come annunciato in precedenza in questo blog ci saranno diversi cambiamenti.
Uno di questi è la scoperta di Tamara S. giovane laureata in Scienze politiche particolarmente interessata alla tematica delle pari opportunità, ma in realtà non ve la devo presentare perché lo farà lei stessa con i fatti.
di Tamara S.
Oggi, di fronte agli incontestabili miglioramenti delle condizioni di vita delle donne, si tende a considerare ormai superata la questione dell’uguaglianza tra i sessi. In realtà, nonostante gli indubbi successi nella crescita della presenza femminile nell’istruzione, nel lavoro e nella vita culturale, considerando la presenza delle donne nelle sedi di prese di decisioni economica e politica, ci si rende conto che l’uguaglianza di fatto tra uomini e donne è ben lontana dall’essere acquisita. Infatti, in tutti i settori lavorativi gli uomini tendono ad occupare le posizioni di maggior potere e status; nelle organizzazioni, i vertici aziendali e i dirigenti sono perlopiù uomini.
Anche nelle le istituzioni politiche il numero di donne è costantemente inferiore a quello degli uomini, si è pertanto lontani dal raggiungimento di una vera e propria “democrazia paritaria”. Un concetto, quest'ultimo, che implica la rimozione di tutti quegli squilibri fra i sessi, e in modo particolare nell’accesso alle cariche elettive, affinché sia attuata la parità tra uomini e donne nelle assemblee rappresentative, che costituiscono il cuore della democrazia.
In Italia, le donne elette nelle ultime elezioni politiche continuano ad essere un'esigua minoranza, anche se rispetto alle ultime elezione c'è stato un piccolo miglioramento le donne che siedono nei seggi della Camera sono 133, ossia il 21,1 % del totale. Al Senato, invece, le donne elette sono 55, il 17,4 % del totale.
L'Italia, secondo l'Inter-Parliamentary Union passerebbe così dal 67° al 50° posto nella classifica mondiale per presenza di donne in parlamento. Nel 2006, infatti, le elette erano state 109 a Montecitorio (il 17,3 per cento) e 45 a Palazzo Madama (il 14 per cento). La crescita, insomma, è stata minima.
Se rapportata alle equivalenti rappresentanze nazionali comunitarie la quota di deputate elette in Italia alla Camera dei deputati si colloca ampiamente al di sotto delle percentuali dei paesi nordici.
Tra i sistemi politici bicamerali anche in Germania e nel Regno Unito si rilevano quote di rappresentanza femminile superiori a quelle italiane in entrambe le assemblee, in Francia solo alla Camera bassa la quota femminile (12,2%) è inferiore a quella italiana, mentre al Senato l'indicatore supera di 3 punti percentuali quello nazionale. Se le elette italiane al parlamento europeo (19,2%) sono superiori alla media delle elette alle camere nazionali, il divario rispetto agli altri paesi non muta (media Ue 30,3%). Solo Cipro e Malta (entrambe senza rappresentanza femminile) e la Polonia registrano "quote rosa" inferiori a quelle delle elette italiane. La Svezia si attesta al 57,9% di donne elette mentre Paesi Bassi, Danimarca, Slovenia, Francia e Lussemburgo presentano percentuali più alte rispetto a quelle italiane di circa 10 punti.
Il confronto con la Spagna spesso paragonata all'Italia, comporta per noi l'ennesima brutta figura. Nel paese di Zapatero la percentuale uomini-donne è al 45 per cento, molto vicina alla parità. Da noi è al 35 per cento. L'Europa nelle sue democrazie più avanzate ha già espresso tentativi di cambiamento forti, basti pensare al premierato di Angela Merker e alla candidatura di Segolène Royal per la corsa all'Eliseo. Un paese come l'Ucraina esprime un premier, Yulia Timoshenko, donna che ha ottenuto la propria elezione, sconfiggendo i tentativi di boicottaggio effettuati nei suoi confronti.
Se poi diamo uno sguardo a quel che succede nel resto del mondo, non possiamo non fermarci e riflettere che sul fatto che la democrazia italiana, definita “rappresentativa”, soffre di una grave patologia. Infatti, mentre mentre negli Stati Uniti, si è combattuta una affascinante battaglia nelle primarie fra due candidati democratici alla Presidenza che sono icone dell'espressione di una rinnovata rappresentanza (Hillary Clinton, prima donna, e Barak Obama, primo afroamericano), come pure nel Sudamerica si incontrano presidenti donne in Cile e Argentina, in Italia, invece, la possibilità di avere una “donna Presidente” non si è ancora verificata, e anche la presenza delle donne nelle liste elettorali continua ad essere modesta.
Nel Parlamento italiano continuano ad esserci più uomini perché i partiti hanno scelto razionalmente di non fare eleggere le donne, basta, infatti, dare uno sguardo alla composizione delle liste elettorali. Inoltre, con una legge elettorale, come la nostra, che non consente il voto di preferenza, le donne vengono solitamente collocate nelle posizioni in cui difficilmente hanno possibilità di essere elette. E' dunque una scelta politica, perché la politica in Italia continua da esse “fatta” dagli uomini.
Siamo ben lontani, pertanto, da una rappresentanza egualitaria, è necessario un cambiamento un vero e proprio rinnovamento a partire dai partiti politici che usano spesso e facilmente l'espressione “democrazia paritaria” e parità nel corso delle campagne elettorali ma che nei fatti continuano ad essere lontani dall'innovazione, dal cambiamento e da una reale inclusione delle donne nella vita politica.
Aumentare le presenze delle donne è sicuramente un passo irrinunciabile per un paese che vuole dotarsi di istituzioni più rappresentative, allineate alle principali democrazie europee.
Per colmare la sotto rappresentanza delle donne, è necessario mettere in moto un meccanismo che permetta un reale accesso al sistema di decisione politica. Bisogna fare in modo che anche alle donne venga dato effettivamente, e non solo sulla carta, il diritto ad avere uguali opportunità di essere messa in grado di agire all'interno delle istituzioni sociali e politiche.
Parlare di democrazia paritaria significa, quindi rinnovare il pensiero politico che deve porre in primo piano la condivisione dello spazio pubblico fra i due generi: non può esistere una democrazia partecipativa se non si introduce la prospettiva della cooperazione fra uomini e donne nella costruzione delle istituzioni della democrazia.
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